Repubblicani o Democratici??!!

In Italia, in un periodo di tale confusione politica è più facile, nonché più interessante, riversare la nostra sete di politica seria nonché di chiarezza sulle vicende spagnole, piuttosto che russe o francesi…però, ogni qual volta si accende la TV o si sfoglia un giornale, interi servizi sono dedicati solo a “quelle” elezioni, le americane.                                                                                           

Insomma, gli States si trovano dinanzi una scelta niente male…quale democratico scegliere, una donna o un uomo di colore? L’emblema della lotta contro il sessismo o quella contro il razzismo? Leggendo più approfonditamente, ho colto un altro aspetto da non sottovalutare nella campagna di Ilary Clinton, un aspetto che ancora di più la pone in conflitto con Obama…o per lo meno con la maggior parte del target che alle urne lo appoggerà: dalla parte di lady Clinton ci sono i latinos!               

Ma  andiamo con ordine, proverò a ricostruire, attraverso tutto il materiale repertato in edicola e sul web, la mappatura delle votazioni negli Usa, in quali stati votano l’uno o l’altro democratico, la topografia delle minoranze etniche, quella delle religioni ecc.            

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Repubblicani o democratici? Obama o Hillary? Le appartenenze etniche, religiose, di classe e di genere influenzano (e in alcuni casi determinano) il voto negli Stati Uniti. Panorama.it ha raccolto le mappe del “melting pot” americano: un mosaico sociale complesso ma anche un laboratorio politico che attraversa i confini dei singoli Stati. Con tendenze prevedibili, in grado di darci indicazioni utili sul prosieguo della campagna elettorale, ma capaci a volte di sorprendere.

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Finora Barack Obama ha convinto i giovani, le aree dove sono concentrati gli afroamericani, i bianchi benestanti. Hillary Clinton invece ha raccolto consensi tra le donne, gli operai, gli ispanici e più in generale i democratici più militanti. E sul fronte repubblicano, se John McCain affascina i liberal delle grandi città, Huckabee, l’unico candidato di peso rimasto in gara, sfonda nelle campagne e negli Stati tradizionalisti del Sud. Ciò nonostante, tutte le previsioni- come ha dimostrato il caso dell’Iowa bianco conquistato dal nero Obama – sono meno facili di quanto sembri.

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Divisioni religiose: battisti, cattolici, mormoni. A sudest, dove tradizionalmente vincono i repubblicani, prevalgono i battisti (in rosso), dividendo in due Texas, Louisiana e Florida. A ovest e a nordest (in celeste) sono in maggioranza i cattolici, che tradizionalmente si dividono tra repubblicani e democratici. C’è un detto che segna quanto sia importante per un candidato conquistare il voto cattolico: “Dove vanno i cattolici va l’America”. La vasta macchia marrone che si diffonde dallo Utah rappresenta i mormoni: tra i più tradizionalisti, sono sostenitori del partito repubblicano (alle primarie hanno appoggiato il loro confratello Mitt Romney, appena uscito dalla competizione), così come lo sono gli abitanti degli Stati agricoli della Farm Belt (dal Nord Dakota al Nebraska) dove è diffuso il credo luterano (in giallo). In alcune contee a est sono in maggioranza i metodisti (in verde) e i mennoniti (in rosa). (Fonte della cartina: Asarb)

 

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Macroregioni al voto. Dalla Farm Belt a El Norte, negli Usa dieci aree geopolitiche sono simili sotto il profilo elettorale, economico, sociale e demografico: le ricche e politicamente indecise città delle Upper coasts (in verde) sull’Atlantico e sul Pacifico (dove alle primarie repubblicane vince John McCain, un liberal conservatore che piace nei grandi centri urbani), il benestante Northeast Corridor (in viola), le roccaforti conservatrici di Southern Confort (in rosso), la black America di Southern Lowlands (in rosa) dove alle primarie hanno vinto Barack Obama per i democratici e Mike Huckabee per i repubblicani. Nel cuore degli Stati Uniti, le pianure agricole della Farm Belt (in turchese) sostengono i repubblicani. Poi Big River (in celeste), lungo il tracciato del Mississippi, e verso ovest l’immensa Sagebrush (in giallo) che include diciassette Stati e, a sudovest, El Norte (in marrone), l’area più giovane e abitata in prevalenza da latinoamericani dove Clinton ha vinto su Obama. Le macroregioni sono state identificate nel 2004 da uno studio del MassINC, un’ente di ricerca indipendente (Fonte della cartina: massinc.org)

 

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La “Black America” sull’Atlantico. Gli afroamericani sono la maggioranza in molte contee degli Stati sudoccidentali (Louisiana, Mississippi, Alabama, Georgia) e lungo la costa atlantica (Nord Carolina, Sud Carolina, Virginia), dove erano diffuse le grandi piantagioni di cotone coltivate dagli schiavi. Gruppi consistenti di afroamericani abitano nei grandi aggregati urbani di Chicago, Detroit e San Francisco. Alle primarie democratiche gli afroamericani hanno votato tendenzialmente per Obama. (Fonte della cartina: Census Bureau)

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L’avanzata degli ispanici da sud. I latinos (aree blu) prevalgono in molte contee negli Stati lungo il confine con il Messico, aree di tradizionale immigrazione dal sud, come Texas, New Mexico, Arizona, California. Alle primarie hanno sostenuto Hillary Clinton e si sono dimostrati decisivi: in Nevada la senatrice di New York ha vinto grazie al sostegno de migranti dal vicino Messico. (Fonte della cartina: Census Bureau)

 

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Potere rosa. Le donne sono più numerose degli uomini negli Stati del sudest e lungo la costa Atlantica. Verso ovest, invece, prevale la presenza maschile, in particolare in Nevada. Alle primarie democratiche le donne hanno votato in maggioranza per Clinton, mentre gli uomini, anche bianchi, per Obama. Una differenza che potrebbe essere decisiva se nei prossimi appuntamenti elettorali democratici l’affluenza femminile alle urne dovesse essere superiore a quella maschile. (Fonte della cartina: Census Bureau)

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Ancora non si conosce l’entità della vittoria, in termini di delegati, di Hillary Clinton in California, ma gli exit-poll mostrano un dato clamoroso: la Clinton in California ha vinto grazie al voto degli elettori di origine asiatica ed ispanica, perdendo invece non solo tra gli afro-americani, ma anche tra gli elettori bianchi. I giovani hanno scelto Obama, gli over 60 hanno scelto la Clinton. In New Mexico, Obama batte a sorpresa la Clinton , prevalendo anche qui tra gli elettori bianchi e limitando i danni tra i latino-americani, ma è la Clinton a portare a casa il maggior numero di delegati. In Alabama accade il contrario, con gli elettori bianchi per la Clinton e gli afro-americani per Obama.  Nello Utah dei mormoni, il mormone Romney conquista un incredibile 90% di consensi  Tra i Democratici, si votava nella forma dei caucuses in Colorado, Alaska, Idaho, North Dakota, Alaska, Kansas e Minnesota. In tutti questi Stati ha vinto Obama, mentre la Clinton ottiene risultati migliori nelle Primarie.
Probabilmente non è un caso. I caucuses premiano i candidati che riescono a mobilitare un elettorato attivo, disposto a dedicare ore alla partecipazione dei caucuses, le Primarie attirano anche un elettorato piu’ ampio e non necessariamente disposto a mobilitarsi per ore per un candidato. Detto altrimenti, nei caucuses vengono a mancare alla Clinton un certo numero di voti degli over 60, che sono risultati invece per lei decisivi nelle Primarie di Stati chiave come la California. Tra i Repubblicani, è stata davvero una giornataccia per Mitt Romney. Per lui le cose si sono messe male già nella West Virginia, dove pensava di potersi aggiudicare agevolmente i caucuses. Invece, grazie all’appoggio dei sostenitori di McCain, è stato infine Mike Huckabee a prevalere. Romney, infuriato, ha accusato McCain di aver pilotato una macchinazione tipica del malcostume di Washington. Per lo staff di McCain non ci sono dubbi: oltre ai già suoi tanti difetti, Romney si è anche dimostrato un bad loser. Pare pero’ che un uomo di McCain, dopo aver parlato telefonicamente col Senatore dell’Arizona, abbia effettivamente invitato chi intendeva votare per lui a dirottare i propri voti su Huckabee, pur di far perdere Romney. Romney, che sperava di guadagnarsi il sostegno degli elettori conservatori, ha dovuto dividere i loro voti con Huckabee che in fin dei conti ha finito con l’agevolare il trionfo di John McCain. 

Latinos e neri, minoranze rivali

Il Big Tuesday ha evidenziato il ruolo di ago della bilancia che la minoranza ispanica giocherà nella scelta del candidato democratico alla Casa Bianca e, in definitiva, nella stessa scelta del futuro presidente. Sulla stampa latinoamericana molti articoli spiegano perché per gli ispanici sia più facile votare per Hillary Clinton che per Barack Obama (non per niente il Wall Street Journal ha intitolato “Hillary ha bisogno di soldi, Obama di latinos”). Non solo i retaggi culturali dei propri Paesi, caratterizzati da società spesso molto più razziste degli Stati Uniti, ma anche le rivalità tra latinos e negri negli stessi Stati Uniti stanno marcando il voto ispanico. Questo è uno degli articoli più interessanti, pubblicato dal messicano El Universal

Latinos e negri, minoranze contro
Non è difficile capire la vecchia storia di tensioni e confronti tra negri e latinos negli Stati Uniti: vivono negli stessi quartieri poveri di Los Angeles, New York e Chicago. Abitano le stesse case con frequenza infestate da topi, bande e droghe e si disputano i lavori che nessuno vuole: lavare scale e finestre nei negozi dei self service, cambiare le lenzuola negli alberghi a ore, costruire case e servire i bianchi nei fast-food.
E’ una storia che si dimentica e si ricorda ogni volta che un latino o un nero muoiono assassinati per motivi razziali (crimini di odio, li chiamano qui) o ogni volta che ci sono le elezioni, perché entrambe le comunità rappresentano le due principali minoranze del Paese più potente del mondo. Una parte importante dei negri e dei latinos si disputano regolarmente le cose peggiori del sistema economico, assistenziale ed educativo degli Stati Uniti.
“Negli anni ’70 i rapporti tra neri e latini si vedevano attraverso lenti rosa” dice il capitolo iniziale del libro La presumible alianza: el conflicto soterrado entre negros y latinos, scritto dal professore messicano-statunitense Nicolás C. Vaca. “Erano i fratelli sotto la stessa pelle che lottavano contro il bianco oppressore”.
Però le cose sono cambiate con il passare del tempo e le comunità negra e latina hanno iniziato a competere per case, alloggi ed impiego, il trattamento tra fratelli si è trasformato in un conflitto che mai prima ha avuto tanta importanza come nell’elezione interna tra Hillary Clinton e Barack Obama: la nomination nel Partito Democratico attraversa irrimediabilmente la linea razziale che divide negri e ispanici.
Le ragioni del conflitto e le dimensioni assunte in città come Los Angeles sono soprattutto economiche. Secondo il Censo delle Statistiche del Lavoro degli USA, il 40% dei giovani afrostatunitensi in età da lavoro è disoccupato.
Uno studio del Pew Research Center ha calcolato che per la popolazione negra la crescente presenza di ispanici immigrati lavoratori rappresenta un formidabile ostacolo per trovare lavoro. Sostiene che il 78% dei giovani negri dice che è difficile trovare lavoro nella propria comunità, contro il 55% degli ispanici.
Queste tensioni si traducono nella vita quotidiana e forse il miglior modo di spiegarlo è un famoso detto americano: “Tutta la politica è locale”. Per esempio, la prima volta che il sindaco di Los Angeles Antonio Villaraigosa cercò di essere eletto, l’80% dei negri ha votato contro di lui e a favore di un bianco.
In date più recenti, ad Oakland erano candidati a sindaco un afrostatunitense, Ron Dellums e un messicano-statunitense, Ignacio de la Fuente. I negri hanno votato per il proprio candidato e i latinos per il loro.
Questi scenari di conflitto e divisione sociale e politica hanno iniziato ad essere dibattuti davanti al fragore della battaglia per la nomination democratica e all’urgenza di Hillary Clinton, e soprattutto di Obama, di portare i voti latinos alla propria causa.
“L’elettore ispanico, e lo dico con molta cautela, non ha mostrato una grande disponibilità a appoggiare candidati negri” ha detto alla rivista The New Yorker il riconosciuto sondaggista Sergio Bendixen, a proposito delle primarie democratiche.
Paula McClain, professoressa di Scienze Politiche nell’Università di Duke ha affermato che è più probabile che i latinos votino per Clinton che per Obama perché si identificano più con i bianchi che con i negri. “Gli ispanici tendono a identificarsi più con i bianchi che con i negri per le gerarchie razziali delle loro stesse società” ha detto. Ed i personaggi famosi?

Ugly Betty voterà per Hillary Clinton.
America Ferrera, l’attrice che incarna la nerd più amata negli Stati Uniti (ma il telefilm fa impazzire anche i teenager italiani) regala all’ex first lady un colpo che vale doppio per la sua campagna elettorale. Un tale testimonial, infatti, può garantire un miglior posizionamento presso due target strategici, come i giovani e gli immigrati ispano-americani, finora riserva di caccia privilegiata di Barack Obama.

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I giovani di orientamento liberal sembrano propendere per Obama. E’ una fascia di elettorato ha disertato in buona parte le ultime consultazioni elettorali, ma proprio il fascino carismatico del leader democratico di colore li sta riavvicinando alle urne. Spindoc ha già raccontato le mosse messe in campo dalla Clinton per conquistare gli under 30.

Il sostegno della Ferrera può rappresentare l’arma più formidabile in mano a Hillary, tanto più che la “sfigata” Ugly Betty incarna la tipologia del teenager assennato che può anche dire cose sagge senza risultare per forza noioso.

Non a caso, la sua dichiarazione di appoggio alla senatrice democratica è sospesa in un equilibrio perfetto tra razionalità, emotività (ed un po’ d’impaccio):

“Queste elezioni sono troppo importanti perché si possa rimanere a guardare e ciò riguarda in particolare la mia generazione: credo che Hillary Clinton possa dare una svolta la Paese ”

Come detto, però, il colpo può esser doppio. Perché America Ferrera è una star molto amata anche dalla comunità ispano-americana, per la quale rappresenta il simbolo dell’integrazione e del successo.

I “latinos” legalmente residenti negli USA sono circa 22 milioni (secondo le stime, almeno altri 12 milioni sono clandestini) e rappresentano una delle più importanti comunità del Paese. La loro concentrazione è forte soprattutto negli Stati del sud e della costa occidentale, dove il loro voto può essere davvero determinante.

In particolare, possono fare la differenza in Nevada, dove si vota domani 19 gennaio e dove chi ottiene l’appoggio degli ispano-americani può sfruttare un doppio effetto bandwagon: ottenere una vittoria simbolica che può influenzare il verdetto delle urne in altri Stati e accreditarsi come candidato preferito dagli elettori ispanici.

E forse non è un caso caso se anche Michael Bloomberg – in attesa di chiarire se e con chi scenderà in campo – sta già lavorando alacremente per conquistare i favori dei latinos.

 

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La sfida per il voto ispano-americano si gioca quasi tutta in casa democratica. Nelle elezioni 2004, i latinos votarono in massa Bush (44% di consensi), che poteva vantare alcuni familiari appartenenti alla comunità (il fratello Jed Bush, governatore della Florida, è sposato con una messicana) e una minima conoscenza dello spagnolo da sfoggiare durante i comizi per blandire la folla. Ma ora i Repubblicani sono visti come nemici, anche e soprattutto per la loro politica di tolleranza zero verso l’immigrazione clandestina e la forte opposizione alla legge per il ricongiungimento familiare.

In campo democratico, ritiratosi il governatore del New Mexico Bill Richardson (di madre ispanica), ora le simpatie potrebbero facilmente convergere verso Obama, referente quasi naturale delle minoranze etniche – per le origini africane e il suo stile kennediano. Tuttavia, Hillary Clinton sta giocando in modo molto intelligente le sue carte.

Un esempio? Qualche giorno fa, i giornali stigmatizzarono la presunta gaffe di Hillary su Martin Luther King – in cui la ex-first lady sembrava sottovalutare l’impatto delle idee del leader di colore. Secondo molti analisti politici, però, le frasi pronunciate dalla senatrice dello Stato di New York sarebbero parte di un piano per separare Obama dalla comunità ispanica. Costringere Obama ad ergersi a paladino degli interessi dei neri, potrebbe in qualche modo aumentare le diffidenze degli ispanici nei confronti del senatore dell’Illinois. La Clinton , inoltre, può vantare di aver preso a cuore la riforma della legislazione sull’immigrazione (che aveva interessato già il marito Bill, amatissimo dai latinos) e accusa i Repubblicani per lo stallo che caratterizza la discussione sul tema.

In questo quadro, l’appoggio di Ugly Betty potrebbe rappresentare davvero un punto decisivo.
La ciliegina sulla torta sarebbe una dichiarazione di sostegno da parte dello stesso Bill Richardson, il quale però nicchia. O meglio, resta ancora alla finestra per capire chi – tra Obama e la Clinton – saprà offrirgli di più.

NEW YORK (2 marzo) – I nuovi sondaggi sulle primarie democratiche in Texas e in Ohio, dove si voterà martedì prossimo, mostrano una gara serrata tra Barack Obama e Hilary Clinton che potrebbe concludersi con un pareggio. Secondo un rilevamento del Forth Worth Star Telegram, Obama e Hillary sono ancora in un serrato testa a testa in Texas: lui avanti con il 46% dei voti contro il 45% di lei e l’8% degli elettori democratici ancora indeciso. Il margine di errore è del 4%.

Il Cleveland Plain Leader fotografa invece la corsa in Ohio: Hillary è avanti con il 47%, ma Obama la insegue alle costole con il 43%: il margine di errore, anche in questo caso, è del 4 per cento.

In Texas, dove sono in palio 193 delegati, Hillary è favorita tra gli ispanici, le donne e i bianchi più poveri. Obama ha conquistato la quasi totale unanimità del voto dei neri, la maggioranza degli elettori maschi e dei ceti medio-alti. Dal punto di vista geografico Obama è in vantaggio nell’area di Houston (54 a 38), mentre Hillary lo batterebbe nel Texas meridionale (53-36) grazie all’ascendente tra gli elettori latini e nelle aree rurali del Texas occidentale. Hillary ha puntato su Texas e Ohio per fermare la corsa da front-runner di Obama e interrompere così la sua sequenza di vittorie consecutive. Ma una vittoria di misura della ex First Lady nello stato di Cleveland rischia di aiutarla solo marginalmente, dal momento che i 141 delegati dello Stato verranno spartiti proporzionalmente con il rivale in base ai risultati del voto popolare nei 18 collegi elettorali per il Congresso. Come in Texas, anche in Ohio, Hillary ha perso terreno nelle ultime settimane. Riguardando le statistiche, vediamo quali “categorie” hanno preferito l’uno piuttosto che l’altro: Almeno a guardare le prime analisi dei flussi di voto a livello nazionale (realizzate in base agli exit poll di 16 Stati). L’ex ‘first lady’ ha conquistato la maggior parte degli elettori donna, di razza bianca e degli anziani, esattamente come era accaduto nelle prime votazioni Barak Obama ha conquistato una larga maggioranza di voti tra gil elettori afro-americani. Ma tra gli ispanici (il bacino di voto che era considerato decisivo per la vittoria in Stati come la California ), 6 su 10 hanno votato la Clinton. Inoltre , emerge dall’analisi del voto curata dalla Cnn che  l’Economia e il progetto di riforma dell’assistenza sanitaria sono stati i fattori di forza per la senatrice di New York, facendogli guadagnare il consenso rispettivamente del 49% e del 51% degli elettori, mentre l’Iraq ha attratto il 45% pro Obama, il cui elemento di forza e’ stato il “cambiamento” (60%), mentre decisiva per la Clinton e’ stata l’esperienza (87%). (AGI). Insomma l’ex first lady sembra aver centrato l’obiettivo di mostrarsi come la paladina della ‘middle America’, il ceto medio a cui si è rivolta ieri notte: “Mi impegno a lavorare per gli americani del turni di notte e di giorno, e dello straordinario con il bambino che piange – ha detto Hillary, rubando un po’ della poesia di Obama – tutti quelli che non hanno i titoli dei giornali ma da sempre scrivono la storia dell’America”.                  Come non fare riferimento, poi, al supertuesday che spacca l’America dei democratici, con Barack Obama che fa incetta dei voti dei neri e dei giovani e Hillary Clinton incassa invece il sostegno fondamentale di donne e ispanici. Allo stesso tempo, però, il candidato afroamericano sembra aver ‘ereditato’ da John Edwards il voto dei maschi bianchi, e il sostegno dei democratici con i redditi più alti. E’ questa la fotografia che emerge dall’analisi del voto di ieri nei 22 Stati in cui si sono svolte le primarie democratiche.

Una tornata che, come era stato previsto, non ha portato all’incoronazione di un candidato, con Obama che – con la vittoria in 13 Stati, 5 in più della sua avversaria – ha azzerato ogni residuo dubbio sulla forza e presa nazionale del suo messaggio. Mentre Hillary ha dimostrato l’efficacia della sua ‘machine’ centrando l’obiettivo di vincere negli Stati con il bottino maggiore di candidati, primi tra tutti New York e California. Il supertuesday ha così messo in luce “la forza e i limiti” di entrambi i candidati, spiega oggi ‘The Politico’. Obama ha confermato e rafforzato il monopolio del voto afroamericano, aggiundicandosi il voto di otto neri su 10. Il 46nne senatore rimane poi ancora fortissimo tra i più giovani, anche i non giovanissimi, e praticamente suoi coetanei, “under 44”. E per questo potrebbe essere stato svantaggiato dal fatto che la loro affluenza alle urne ieri è stata più bassa del previsto, del 12%, e dieci punti inferiore di quella degli elettori più anziani.

Obama non è riuscito a strappare a Hillary la carta vincente del voto delle donne che, soprattutto negli stati maggiori, hanno dato il contributo principale alla vittoria dell’ex first lady, insieme a un nuovo importante alleato della Clinton: la comunità ispanica. Come è gia’ successo in Nevada e in Florida, la minoranza ispanica ha preferito la Clinton , e ha giocato un ruolo chiave in California dove sei ispanici – che sono il 30% degli elettori democratici – su 10 hanno votato per lei. Una percentuale che cresce se si guarda solo alle donne e si mantiene invariata tra i giovani sotto i 29 anni, gruppo che in generale è stato conquistato da Obama. Molto interessante in questo duello senza precedenti, in cui gli elettori democratici devono decidere se puntare su una donna o su un afroamericano per riconquistare la Casa Bianca , le scelte del gruppo che, dopo l’uscita di scena di Edwards, per la prima volta nella storia non sono rappresentati da un candidato: i maschi bianchi, l’old boys club che da sempre tiene in mano le redini del paese.

Orfani dell’ex senatore della Carolina del Nord, per il quale finora avevano votato in massa, i maschi bianchi hanno ripiegato su Obama dandogli un vantaggio del 5%. Un sostegno che ha permesso al senatore di migliorare in generale i risultati tra l’elettorato bianco, ottenendo vittorie in Stati considerati “all white” come Idaho e Utah. Colpisce, infine, che Obama sia allo stesso tempo il campione degli giovani, degli studenti pacifisti che chiedono l’immediato ritiro dall’Iraq, dei ghetti neri, e la carta su cui puntano i democratici con i redditi più alti e dei vip alla Kennedy. Hillary, per mesi accusata di essere la candidata dell’establishment, invece sembra aver fatto presa, stando agli exit poll, sugli elettori che più che dell’Iraq si preoccupano della situazione economica e dei conti da pagare per l’assistenza sanitaria…                                                                                                                                        Ma, volendo riassumere, Ilary Clinton riporta vincite grazie, mediamente, al 60% degli ispanici, il 60% degli over 60 e più del 50% delle donne; Barak Obama, invece, è forte dell’80% fisso dei neri, di quanti hanno meno di 29 anni e del 45% degli elettori di sesso maschile.

 

Repubblicani o Democratici??!!ultima modifica: 2008-03-12T13:30:00+01:00da guastastyle
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